
Lo scorso 11 maggio è stato condannato ad 80 anni di carcere (dal tribunale nazionale guatemalteco) l’ex dittatore Efraín Ríos Montt: più precisamente a 50 anni per genocidio e a 30 anni per crimini di guerra. Alla lettura della sentenza i familiari degli indios Ixil, vittime del genocidio, si sono lasciati andare a scene di lacrime e gioia: era da tempo che attendevano che venisse fatta giustizia.L‘86enne Montt, negli anni 1982-83, diede ai suoi uomini l’ordine preciso di sterminare gli indios appartenenti all’etnia Maya Ixil della regione del Quiché, a nordovest del paese. L’ex governatore ha di certo segnato il periodo più sanguinoso della guerra civile che si è consumata in questo stato dell’America centrale, dal 1960 al 1996, provocando quasi 200mila vittime, di cui oltre l’86% indios.Certamente la sentenza non restituirà la vita ai 1.771 Maya Ixil sterminati durante la dittatura di Montt, ma sicuramente può essere definita una condanna storica e senza precedenti dato che non arriva da un tribunale internazionale, ma dalla giustizia del Guatemala.L’attuale governo ha vissuto le fasi processuali “con distacco”, ammettendo gli eccessi dell’epoca, ma rifiutando l’imputazione per genocidio: non a caso l’odierno capo di stato, secondo alcune testimonianze documentate, all’epoca prese parte alle spedizioni punitive contro gli indios.Il magistrato donna che ha pronunciato la sentenza ha sottolineato le atrocità commesse dall’esercito su donne e bambini Ixil: “[…] sono arrivati a strappare feti dal ventre, per estirpare quelli che chiamavano i semi cattivi.”
Innumerevoli furono le violenze sessuali, migliaia i desaparecidos, i villaggi rasi al suolo, le case bruciate, i raccolti distrutti e gli animali uccisi…L’ex dittatore fu anche l’ideatore della cosiddetta operazione “terra bruciata” , tattica usata dai militari per contrastare la guerriglia e annientare le popolazioni indigene, che prevedeva tra l’altro l’impiego di aerei e bombardamenti contro i guerriglieri.Alle atrocità va poi aggiunta l’evacuazione forzata di circa 30.000 indios costretti ad abbandonare la loro terra natale.La campagna contro i Maya Ixil si basava sulla convinzione che questi indios fossero simpatizzanti dei guerriglieri marxisti dell’Unitad Revolucionaria Nacional Guatemalteca, la principale guerriglia di opposizione.“Siamo felici perché per molti anni ci hanno detto che il genocidio era una bugia, mentre oggi il tribunale ci ha detto che è la verità”, ha commentato Rigoberta Menchú Tum esprimendo il sentimento della maggioranza della popolazione. Per chi non la conoscesse già, la Menchú è un’attivista guatemalteca che nel 1992 ha ricevuto il Premio Nobel per la pace per l’impegno sulla questione dei diritti delle popolazioni indigene. Fin dalla tenera età ha iniziato a conoscere le ingiustizie e lo sfruttamento degli indios come lei. A cinque anni iniziò a lavorare in una piantagione di caffè in condizione di estrema povertà e violenza e in poco tempo infatti perdette amici e fratelli. Oltre ad essere la più giovane vincitrice del premio Nobel, la Menchú è anche la prima indigena a riceverlo.
Il continente americano deve garantire i diritti sia agli
indigeni sia a chiunque altro, e la società ha l’obbligo di rispettare le
differenze etniche e culturali e di porre fine a queste atrocità. La condanna a
Monnt, seppur all’età di 86 anni, è un passo avanti per la giustizia. Il
continente americano ha delle ferite molto profonde e difficili da guarire: per
anni è stato sparso sangue e le dittature, come quelle di Monnt, Pinochet e
Videla (solo per nominarne alcune), hanno commesso crimini enormi, assassinando
indigeni, sindacalisti, studenti, giornalisti e intellettuali che stavano
cercando di informare il resto del mondo su quello che stava succedendo. 
