Alessi, a Ravenna è già venuto come ospite all'incontro “I cento passi quotidiani”, organizzato sempre dal Gruppo dello Zuccherificio e dagli studenti del liceo classico, parlando della forte presenza delle mafie in Emilia Romagna. Cominciamo da qui: come si sono infiltrate e quali sono i loro traffici?
«Arrivarono negli anni cinquanta con la legge del soggiorno obbligato, crescendo a dismisura. Oggi sono presenti attivamente sul territorio regionale undici mafie: Cosa nostra, 'ndrangheta, camorra, Sacra corona unita, mafia albanese, nigeriana, sudamericana, ucraina, cinese e romena. Più un'ottantina di cosche.La cosa sorprendente è che si dividono il territorio senza farsi guerra, perché vengono in questa regione per guadagnare. I traffici vanno dai grandi appalti pubblici e privati, al traffico di armi, droga, prostituzione, al riciclaggio di denaro anche grazie al paradiso fiscale di San Marino, al movimento terra, alla gestione dei trasporti, al gioco d'azzardo e all'usura. Lo dicono le sentenze e le indagini di polizia e magistratura»
Per quanto riguarda Ravenna? Ci sono realtà particolari che fanno pensare a coinvolgimenti mafiosi?
«Ravenna è uno dei centri da sempre colpiti da infiltrazione mafiosa. Dalla gestione delle bische clandestine che risale agli anni ottanta, al traffico di armi legato al porto, allo spaccio di stupefacenti. Le mafie hanno gestito la costruzione, l'ampliamento e spesso i servizi di posti come l'aeroporto di Bologna, le case popolari di Modena, Reggio Emilia, Modena, Forlì. Hanno gestito discariche, la costruzione di interi quartieri e strade nel reggiano e nel modenese qualche volta a fianco di colossi come il consorzio cooperative costruzioni».
«Ravenna è uno dei centri da sempre colpiti da infiltrazione mafiosa. Dalla gestione delle bische clandestine che risale agli anni ottanta, al traffico di armi legato al porto, allo spaccio di stupefacenti. Le mafie hanno gestito la costruzione, l'ampliamento e spesso i servizi di posti come l'aeroporto di Bologna, le case popolari di Modena, Reggio Emilia, Modena, Forlì. Hanno gestito discariche, la costruzione di interi quartieri e strade nel reggiano e nel modenese qualche volta a fianco di colossi come il consorzio cooperative costruzioni».
Cosa si potrebbe fare per rendere il suolo romagnolo inospitale?
«Le mafie arrivano su questo territorio per fare soldi. Il rumore e l'attenzione della gente, diventano pericoli per i loro affari. Il primo passo è quello di far diventare la gente consapevole dell'esistenza di questo problema per poi insegnarle a leggere i segnali di presenza mafiosa. Non fare silenzio: questo è il compito dell'antimafia sociale».
«Le mafie arrivano su questo territorio per fare soldi. Il rumore e l'attenzione della gente, diventano pericoli per i loro affari. Il primo passo è quello di far diventare la gente consapevole dell'esistenza di questo problema per poi insegnarle a leggere i segnali di presenza mafiosa. Non fare silenzio: questo è il compito dell'antimafia sociale».
Le mafie riescono ancora a nascondersi?
«In un periodo di crisi economica gli unici ad avere soldi sono le mafie, per questo non riescono più a nascondersi come succedeva fino a pochi anni fa».
«In un periodo di crisi economica gli unici ad avere soldi sono le mafie, per questo non riescono più a nascondersi come succedeva fino a pochi anni fa».
E lei perché ha deciso di dedicare la sua vita alla lotta alla mafia?
«Sono figlio della generazione delle stragi. Quando nel 1992 vennero uccisi Falcone e Borsellino per noi ragazzi fu come uno fortissimo schiaffo che ci fece scegliere da che parte stare, infatti molti di noi scelsero di essere parte attiva dell'antimafia. Pochi anni dopo vestii la divisa di sottufficiale nell'operazione “vespri siciliani” per difendere i giudici impegnati nel maxi processo del 1996. Poi, alla fine del mio incarico, mi scontrai con il “cuffarismo”, mi schierai ancora una volta dalla parte della legalità e della giustizia usando però un altro mezzo: la libera stampa. Ancora oggi porto avanti quella scelta fatta da ragazzino con la speranza che la terribile angoscia che abbiamo vissuto, noi ragazzi fondatori di Ad Est, di non sapere cosa ti succederà la notte quando torni a casa, non debba passarla più nessuno».
«Sono figlio della generazione delle stragi. Quando nel 1992 vennero uccisi Falcone e Borsellino per noi ragazzi fu come uno fortissimo schiaffo che ci fece scegliere da che parte stare, infatti molti di noi scelsero di essere parte attiva dell'antimafia. Pochi anni dopo vestii la divisa di sottufficiale nell'operazione “vespri siciliani” per difendere i giudici impegnati nel maxi processo del 1996. Poi, alla fine del mio incarico, mi scontrai con il “cuffarismo”, mi schierai ancora una volta dalla parte della legalità e della giustizia usando però un altro mezzo: la libera stampa. Ancora oggi porto avanti quella scelta fatta da ragazzino con la speranza che la terribile angoscia che abbiamo vissuto, noi ragazzi fondatori di Ad Est, di non sapere cosa ti succederà la notte quando torni a casa, non debba passarla più nessuno».
Come è nato il giornale Ad Est?
«Nasce sulla spinta di una partigiana, Vittoria Giunti. Il mio era un paese particolare, veniva chiamato la piccola Mosca a causa delle percentuali bulgare che il partito comunista prendeva nelle elezioni. Nel 1998 arrivò la ventata di mafiosità che aveva un nome ben preciso: Salvatore Cuffaro (nel 2010 condannato definitivamente a sette anni di reclusione per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra e rivelazione di segreto istruttorio, ndr). Molti scapparono e altrettanti si vendettero. A resistere restò un gruppo di ragazzini e una splendida ragazza di 80 anni, Vitoria Giunti, che decise di combattere la sua terza resistenza. Lei ci diede la forza e il mezzo per non mollare: Ad Est, un folle tentativo di raccontare una società che non voleva essere raccontata».
«Nasce sulla spinta di una partigiana, Vittoria Giunti. Il mio era un paese particolare, veniva chiamato la piccola Mosca a causa delle percentuali bulgare che il partito comunista prendeva nelle elezioni. Nel 1998 arrivò la ventata di mafiosità che aveva un nome ben preciso: Salvatore Cuffaro (nel 2010 condannato definitivamente a sette anni di reclusione per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra e rivelazione di segreto istruttorio, ndr). Molti scapparono e altrettanti si vendettero. A resistere restò un gruppo di ragazzini e una splendida ragazza di 80 anni, Vitoria Giunti, che decise di combattere la sua terza resistenza. Lei ci diede la forza e il mezzo per non mollare: Ad Est, un folle tentativo di raccontare una società che non voleva essere raccontata».
Recentemente ha pubblicato “Le eredità di Vittoria Giunti”. Chi è stata per lei Vittoria?
«Una donna che c'insegnò che parole come giustizia sociale, solidarietà, conquista dei diritti e utopia non erano solo parole, ma prospettive. Ed imparammo a tenere la testa alta anche quando volavano lettere minatorie, bossoli e minacce, dandoci la certezza che alla fine avremmo vinto noi, perché la nostra era una causa giusta. Ci ha trasmesso la voglia di non arrendersi mai e di continuare ovunque il nostro lavoro contro i "potenti" e in questo momento in Italia il potere più pericoloso a livello politico/economico sono proprio le mafie».
«Una donna che c'insegnò che parole come giustizia sociale, solidarietà, conquista dei diritti e utopia non erano solo parole, ma prospettive. Ed imparammo a tenere la testa alta anche quando volavano lettere minatorie, bossoli e minacce, dandoci la certezza che alla fine avremmo vinto noi, perché la nostra era una causa giusta. Ci ha trasmesso la voglia di non arrendersi mai e di continuare ovunque il nostro lavoro contro i "potenti" e in questo momento in Italia il potere più pericoloso a livello politico/economico sono proprio le mafie».
I giovani oggi sono abbastanza attivi e consapevoli del problema mafia?
«Abbiamo iniziato l'attività antimafia a Ravenna con il Gruppo dello Zuccherificio quasi tre anni fa da "abusivi", eravamo stati invitati ad un assemblea d'istituto del liceo artistico. Successivamente, riuscimmo a parlare con centinaia di ragazzi che poi diedero vita a bellissime iniziative. I ragazzi, sono straordinari e lavoriamo insieme ogni giorno nell'università, per la strada e nei licei. Ogni tanto ho l'impressione che i figli della Resistenza siano nati con sessant'anni di ritardo».
«Abbiamo iniziato l'attività antimafia a Ravenna con il Gruppo dello Zuccherificio quasi tre anni fa da "abusivi", eravamo stati invitati ad un assemblea d'istituto del liceo artistico. Successivamente, riuscimmo a parlare con centinaia di ragazzi che poi diedero vita a bellissime iniziative. I ragazzi, sono straordinari e lavoriamo insieme ogni giorno nell'università, per la strada e nei licei. Ogni tanto ho l'impressione che i figli della Resistenza siano nati con sessant'anni di ritardo».
Dopo vent'anni dalla strage di Capaci cos'è cambiato?
«Sono cambiate tantissime cose, vent'anni fa in Sicilia non si parlava di mafia, solo dopo le stragi è nata l'antimafia sociale, quella dei beni confiscati, dell'addio al pizzo, dei mille giornali locali, di una riappropriazione di dignità e futuro. Se in Sicilia un commerciante paga il pizzo viene buttato fuori da Confindustria, in Emilia Romagna non sempre succede».
«Sono cambiate tantissime cose, vent'anni fa in Sicilia non si parlava di mafia, solo dopo le stragi è nata l'antimafia sociale, quella dei beni confiscati, dell'addio al pizzo, dei mille giornali locali, di una riappropriazione di dignità e futuro. Se in Sicilia un commerciante paga il pizzo viene buttato fuori da Confindustria, in Emilia Romagna non sempre succede».
Allegra Masciarelli










